Il Cimitero di Campofelice

di Franco Vasta

La nascita dell’attuale cimitero di Campofelice di Roccella, al posto di quello che la commissione sanità dell’epoca definì “carnaia”

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Il 6 ottobre 1872, il Sindaco di Campofelice, Francesco Grasso, succeduto a Salvatore Civello (valoroso patriota che partecipò ai moti rivoluzionari del 1856), in un drammatico discorso fatto al Consiglio comunale evidenziò lo stato di degrado sociale ed economico in cui versava il Paese: “… Mi sono dato a dirigere quest’azienda comunale adoperando tutti i mezzi possibili superiori alle mie deboli forze, sopraffatte dalla mia debole salute, per quanto ho potuto osservare, trovo che la Comune versa in condizioni angustiose perché priva di patrimoni e opere essenziali. Manca l’acqua, mancano le fogne, manca il Cimitero. È necessario e urgente costruirsi un nuovo Cimitero, essendo opera primaria ed urgente, rispetto al culto e alla memoria dei nostri Avi. Per l’anzidetto io vi propongo che si faccia in modo per la contrattazione di un mutuo, pagabile in un certo numero di anni, al fine di portare a compimento tutte le opere essenziali, senza del quale è impossibile giungere allo scopo e contentare la brama di tutti i comunisti…”.

In effetti mancava un Cimitero degno di questo nome, i defunti venivano tumulati ( si fa per dire) in un luogo che assomigliava più a delle fosse comuni di brutta memoria. La Commissione di Sanità dell’epoca definì il vecchio Cimitero di Campofelice una “Carnaia”. Questo termine, a me sconosciuto, fu usato da uno scrittore del ‘900, Corrado Govoni, che in un poema dedicato alla tragica morte del figlio Aladino titola “La fossa Carnaia Ardeatina”, nei versi strazianti del Padre-Poeta si parla dell’arresto del figlio Aladino, trucidato dai Nazisti e gettato nella fossa carnaia Ardeatina. La Commissione di Sanità, dunque, in un’ispezione del vecchio Cimitero ebbe a definirlo una Carnaia, un termine dispregiativo che esprimeva tutto lo sdegno, il disprezzo ed il disgusto per un sito che invece doveva essere salubre e decoroso come era nei desideri di tutti i Campofelicesi. Il vecchio Cimitero si trovava alla fine del paese, all’epoca l’abitato aveva termine dove attualmente inizia il Viale della Provincia, lì c’era una vasca-bevaio che fu demolita intorno agli anni ’50/60. Il vecchio Cimitero si trovava proprio nelle case del compianto Carmelo Fazio, dove oggi il nipote Paolo Carmelo gestisce un’agenzia immobiliare, da lì verso oriente scendendo per lo “Stretto”. Nel marzo del 1878 il Sacerdote Giuseppe Iannè, che era Assessore Titolare con funzioni di Sindaco, diede l’incarico a tale Fatta Giovanni, ingegnere agronomo della vicina Cefalù, di redigere la Pianta Topografica ed Estimativa dei lavori necessari alla costruzione del nuovo Cimitero, dietro il pagamento di un compenso pari a lire 150. L’undici agosto del 1878 “… dietro eseguite le prescrizioni di legge, veniva aperto il pubblico incanto per lo appalto del nuovo Cimitero e nessuno individuo in detto giorno avendovi presentato, questa Giunta Municipale con apposito verbale dichiarava l’asta deserta…”. Il Comune aveva contratto un mutuo di lire 10.000 per la costruzione del nuovo Cimitero, ma nessuna impresa, nessun muni fabbro si presentò alla prima seduta di gara.  Frattanto si prepararono i novelli avvisi d’asta, pubblicati come di regola, ” … ed anco per mezzo del supplimento al foglio periodico della Regia Prefettura, e venne fissato il nuovo incanto per il giorno undici del mese di settembre del 1878…” Eseguite le operazioni di legge e non essendovi presentata nessuna offerta, venne dichiarata deserta la seconda asta. Il 29 di settembre del 1878, considerata l’urgenza di provvedere alla costruzione del nuovo Cimitero, il Consiglio comunale all’unanimità decise di aumentare di un decimo l’importo a base d’asta, si passò così dalle originarie 8000 lire a lire 8800. Ben 4 aste andarono deserte, l’importo così fu aumentato di decimo, in decimo fino a raggiungere le 10.000 lire. L’appalto fu aggiudicato a Corsello Francesco che, essendo Consigliere Comunale si dimise dalla carica, assumendo l’onere della costruzione del nuovo Cimitero in contrada Vignale, dove ancor oggi si trova. Agli inizi del 1880 finalmente iniziarono i lavori di costruzione del Camposanto Comunale, alla fine dello stesso anno terminarono, l’opera pubblica fu realizzata a regola d’arte dall’impresa Francesco Corsello, che ricevette encomi e pubblico plauso dall’intera popolazione. Si inaugurava così una nuova epoca per il Paese che finalmente poteva onorare nel modo consono i propri defunti. Nuova epoca, tempi nuovi, ma vecchi problemi. Mancavano le risorse, di contro aumentavano le esigenze e le necessità, il nuovo Cimitero era distante circa un kilometro dal Paese, questo fatto comportava nuove difficoltà per il trasporto delle salme. Il becchino comunale dell’epoca era il Sig. Gioacchino Cirincione, le fatiche del povero impiegato aumentarono a dismisura, tanto più che il Cirincione era “…obbligato, Gratis et amore Dei, ad eseguire le tumulazioni degli individui poveri, scavandone i fossi a porpagine”. Lo stipendio del becchino comunale era “miserabile” e non corrispondeva minimamente all’opera che lo stesso svolgeva. La distanza del Camposanto, la mancanza di idonei mezzi di trasporto, indussero i consiglieri comunali del tempo ad operare un congruo aumento stipendiale al salariato, in modo da lenirne le fatiche, si decise di portare a lire 60 annue l’ammontare degli emolumenti spettanti al Cirincione, che accettò con animo grato. Egli aveva il compito di scavare i fossi nel nuovo Cimitero adatti alla tumulazione dei soli poveri, a quella profondità voluta dalla legge e sotto l’attenta vigilanza del Custode del Cimitero o degli “ uomini dell’arte “ adibiti a ciò dal Municipio. Ma i compiti di Gioacchino Cirincione non finivano certo lì, aveva anche l’obbligo, “…senza dimandar compenso alcuno, di trasportare i cadaveri, dal locale ove avviene il decesso, fino alla Casa Mortuaria della Comune esistente nell’abitato e da ivi fino al Cimitero, tanto per i poveri che per gli agiati indistintamente, però gli interessati (i congiunti del defunto) erano tenuti a coadiuvarlo o farlo coadiuvare in detto trasporto, essendo, per i cadaveri adulti, operazione che non può fare da solo…”.

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Altri tempi! Esisteva, quindi, una “casa mortuaria comunale”, un luogo che il Comune metteva a disposizione, dove le famiglie meno abbienti portavano i defunti per la veglia funebre, ritengo un fatto di estrema civiltà e valore sociale. Le famiglie “agiate”, invece, preferivano allestire la camera ardente all’interno della propria abitazione, possibilmente nella stessa stanza ove era avvenuto il decesso, o in locale contiguo più ampio. La casa mortuaria a Campofelice si trovava poco sotto la Piazza Garibaldi, precisamente in un locale di proprietà comunale a ridosso della discesa “Burrone Manitta”, da lì il becchino procedeva con carretto trainato a mano verso il Camposanto. Solo dopo alcuni decenni nacque una sorta di agenzia funebre ante litteram: il dipendente comunale Sig. Salvatore Restivo si attrezzò con un cocchio funebre che veniva trainato da un mulo color castano, bardato con paramenti funebri, il cocchiere era il Sig. Lorenzo Virruso il quale era anche il proprietario del mulo. Dei due cari Campofelicesi, amatissimi, serbo un bel ricordo, due onesti lavoratori di una Campofelice che era diventata una comunità in piena evoluzione. Fino alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, ho certezza che il trasporto funebre a Campofelice avvenisse con “mulo e carrozza”. Da fanciullo ad ogni funerale mi arrampicavo con una sedia in una minuscola finestrella che dava sul corso principale (dato che tutte le porte delle case erano sbarrate, in senso di rispetto), il cigolio delle ruote della carrozza e lo scalpitio cadenzato degli zoccoli del mulo, insieme al surreale silenzio sono immagini di una Campofelice che è rimasta per sempre scolpita nella mia mente e nel mio cuore.

Alla prossima.

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