Dove Giocavamo

di Gigi Valguarnera

Oggi sembra che i bambini preferiscano praticare sport attraverso un gamepad, piuttosto che scendere in strada, socializzare, inventarsi un campo e cominciare a giocare. Com’era un tempo.

0 648
Chi, come me, ha superato le 40 primavere questa domanda la ripeteva ogni pomeriggio superata la noiosa, quanto fondamentale, fase studio.
La domanda era pertinente, in quanto i luoghi deputati al gioco erano pressoché infiniti. Ogni luogo, ogni via, ogni marciapiede, ogni spiazzo, poteva in breve tempo trasformarsi in parco giochi o centro sportivo.
Qui si improvvisavano competizioni di ogni sorta: dalla partitella di calcio secca, al torneo itinerante, al campionato con tanto di calendario “ufficiale”. Normalmente c’era qualcuno che portava il pallone (e che decideva le regole), davanti la scuola Alberico Gentili si organizzavano 2 porte con i “balatoni” che stranamente erano sempre reperibili, si facevano più o meno velocemente le squadre (con qualche discussione su chi doveva prendere il “Chimenti” di turno). Le porte erano delimitate da immaginarie traverse parallele al marciapiede che, ovviamente, davano adito a lunghe discussioni sulla valutazione del dentro/fuori. Per questo motivo interveniva, senza per altro mai essere stato invitato, il portiere del condominio di Via Damiani Almeyda, che si improvvisava arbitro, usando le dita in bocca per fischiare (alla pecoraro) e attirare la nostra attenzione.
L’abbigliamento, poi,  era fondamentale, si preferivano pantaloncini o jeans resistenti (forse). I due capi avevano i pro e i contro. Con i pantaloncini la possibilità di “sminnarti” era molto alta, ciò avrebbe causato, una volta tornato a casa, la subitanea reazione di  tua madre che provvedeva a “darti il resto”, per poi occuparsi della medicazione unica di tutte le escoriazioni cui anche lei aveva contribuito. I jeans, invece, avevano il pregio di coprire “i sbattuna”, anche se purtroppo, a volte, si laceravano e quindi, anche in questo caso, una volta giunto a casa:  “vastunati”. Le calzature erano delle più disparate. Qualcuno si presentava con scarpa da calcio “Pantofola d’oro”, acquistata presso il notissimo negozio di Via Umberto Giordano, qualcun altro aveva le scarpe che gli aveva regalato il cugino che qualche anno prima giocava nei “giovanissimi” del Palermo, altri usavano le scarpe da tennis Adidas. Ma qualcuno – incurante delle potenzialità olfattive di ognuno di noi – Si presentava con le “Mecap”. Le scarpe più puzzolenti della storia dello sport. Qualcosa che è stato progettato come arma di sterminio di massa. Chi usava le Mecap non meritava rispetto e veniva presa in considerazione la possibilità di non farlo giocare.
Le squadre dovevano avere colori quanto più possibile uniformi. Ed allora se la mattina, a scuola, avevi visto il più forte del gruppo che era vestito con la maglia blu, inevitabilmente nel pomeriggio anche tu indossavi una maglia blu. In alcuni casi la cosa andava bene, e quindi giocavi con l’astro nascente del calcio di….quartiere, ma molto spesso invece finivi a parare nella squadra avversaria.
– pubblicità –
Ecco, c’era il problema del portiere. Nessuno voleva ricoprire quel ruolo, normalmente si coltivano degli attaccanti in erba di grande prospettiva, non certo dei portieri. Quindi c’erano dei giovanissimi Paolo Rossi, Maradona, Platini etc etc. ma pochi Zoff, Albertosi. Io, che notoriamente avevo i piedi troppo grandi per calciare in maniera sensata il pallone, paravo. Anche quando le partite, per emulare le finali dei Campionati del Mondo, finivano ai calci di rigore, io non li calciavo mai.
Però, questa “punizione” di dover prendere la palla con le mani mi è sicuramente servita. È stato il giusto cross per la Pallavolo, una sorta di viatico.
La voglia di giocare era però troppo forte, quindi nelle occasioni in cui riuscivo a giocare con i piedi, avanzavo palla al piede cercando di dribblare anche gli escrementi dei cani che adornavano il nostro campo di gioco, arrivavo a 6…7 metri dalla porta avversaria…. Tiravo…e inevitabilmente…”arroccavo” il pallone. Mi toccava anche scavalcare la recinzione della scuola per recuperarlo.
Ecco, l’attività dello scavalcare, esercizio fisico molto praticato in quegli anni e di cui poche tracce si trovano nella cultura moderna, è riconducibile al modo di “arrampicarsi” delle scimmie ad un albero. Alcuni, per problemi fisici evidenti, erano riconducibili più a dei bradipi che a delle scimmie.
Altro esercizio, di cui è scomparsa la pratica, è: “accura a machina”. Questa, per nulla semplice, abilità fisica veniva sviluppata in tempi diversi e per fini diversi:
Per raggiungere il “terreno di gioco”; per recuperare il pallone durante il gioco (chiaramente il campo non aveva recinzioni); per sfuggire ad un avversario dopo un brutto fallo; per scappare dopo aver colpito per l’ennesima volta la macchina (facendo scattare l’allarme) del pensionato del palazzo di fronte.
Si iniziava seguendo il “compagno” più esperto, normalmente si portava la mano destra, con il palmo aperto, leggermente avanti al corpo, seguendo con lo sguardo sia la macchina che stava per giungere, sia la corsa del pallone che avanzava come se fosse sospinto da venti a 100 km/h. Una volta recuperato lo strumento di gioco… ricominciavamo le nostre infinite partite.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.