Il Festino della Santuzza: Palermitano Pride

di Rossella Vasta e Nino Pillitteri

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 – Vieni a vedere il Festino da noi? Molti amici mi avevano invitato il 14 sera, sulle loro terrazze di Palermo per i giochi di fuoco. Non so se lo sai Rossella, ma solitamente a queste serate si viene eleganti, si portano vini e le padrone di casa preparano i piatti della cucina palermitana. E poi ci sono i fuochi. La gente sotto, in strada. Una baraonda confusa. Un Caos affascinante e perfetto. Ho percorso a piedi la via Maqueda, la via Toledo, di Bernardino de Cárdenas y Portugal, Viceré di Sicilia dal 1598 al 1601, la via che taglia il Cassaro. Ai Quattro Canti si era già assiepata una folla che attendeva il carro sin dalle 20,00. Molti turisti mi chiedevano se fosse passato da lì. Troppa confusione, già troppe bottiglie di birra frantumate per terra. Salgo dal Cassaro ma incontro altri fotografi che, mi dicono, si stanno spostando verso la Vuccirìa o il Foro Italico. Scendo verso il Cassaro basso ed entro a Piazza Caracciolo. Ecco la festa nella festa. Giovani, studenti e non solo, ad aspettare assieme il carro. C’è il polpo bollito, i babbaluci, panelle, crocchè e birra, un mare di birra. Tavolini ad accogliere un mare di persone. In un angolo, dove si vedono i murales, due giovani amanti. Il via vai è continuo. Luci e odori, il sapore dell’arrosto di stigghiola rimane fra i denti anche se non lo assaggi. Incontro amici, bevo acqua e zammù, ma il consiglio degli altri fotografi mi torna in mente. Scatto una decina di foto, saluto e vado via. Sui carrelli della spesa, presi chissà dove, si improvvisano lungo la strada venditori di bibite: ragazzi di tutte le età. Il Foro Italico è già gremito di persone che si distribuiscono sulle due carreggiate che seguono il mare. Sulla più interna ci sono le bancarelle di cibo di strada. Gelato di Campagna e mele caramellate, torrone appena steso sul marmo. Tostatori di ceci e arrostitori di carne, salsicce, costolette e ancora stigghiola, fumo e vampe spente da bottigliette d’acqua. Il fumo lascia un forte e denso sapore in bocca, brucia gli occhi e si mischia all’odore dello zucchero filato. Incontro Katia, che seguo da qualche anno, sempre al festino o ad altre feste cittadine. Viene da via Cipressi e con la sua bancarella prepara la Grattatella, ghiaccio raschiato a mano, e inzuppato di sciroppi come orzata, menta o amarena. Incontro dei ragazzi che si scattano un selfie per ricordo. Ricordo o esorcismo? E siamo ancora qui, anche quest’anno. Cammino da Porta Felice a Porta dei Greci una decina di volte. Un panorama umano notevole. Vedo solo 2 cabine WC poste dal Comune con delle file interminabili di persone, posti per sedersi neanche a parlarne e se provi a sederti sul marciapiede i venditori ti tirano dell’acqua per bagnare a terra e non farti sostare. Qualcuno si sente male, un giovane prima poi una donna. C’è troppo caldo umido, una consuetudine per il Festino. I primi ad intervenire sono proprio i passanti. Sento molto, attorno, la solidarietà della gente venuta a vedere il festino. Il ragazzo si riprende e per la signora appare una sedia portata da chissà chi in quel momento. Solidarietà di chi è li e non nei palazzi o sulle terrazze. I giochi di fuoco ritardano. Chiedo ad un vigile. Il Carro della Santuzza, che è poi quello dell’anno scorso, ridipinto, non è ancora arrivato a Porta Felice. E’ quasi la una e Katia mi prepara un’altra grattatella, ci vuole pazienza mi dice con uno sguardo. Anche il suo collega che vende acqua minerale mi intrattiene un po’ a parlare. Solo molto dopo inizieranno i giochi d’artificio.

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–  Hai ragione Nino, c’è tanto caos, ma come hai ben descritto è affascinante e perfetto. Ho sempre pensato che per quel giorno i palermitani meritino un po’ di clemenza. Il Festino in onore della Santuzza è un po’ come l’antico carnevale, quello vero, non quello dei travestimenti, ma del sovvertimento delle regole e dei ruoli, quello dello sfrenato godimento di cibi e bevande. Nessuno si offenderà se affermerò che per un giorno Palermo, la Palermo spesso messa ai margini – quella che non va sui terrazzi o sugli yacht per assistere allo spettacolo pirotecnico, per intenderci – ha ragione di riprende in mano la sua fierezza e di mostrarsi in tutte le sue sfaccettature e singolarità. Il festino è un po’ come una sorta di “Palermitano Pride”, la celebrazione dell’orgoglio di una Città che, per un giorno, deve avere la legittimità di riprendere la parola con un embrajage, per molti imbarazzante, per me unico. La perfezione è solo una trappola. Questa forse è la motivazione che giustifica la continuità nel tempo di una ricorrenza tanto amata.

“Perché siete così felici stasera?” – ho chiesto a un venditore ambulante – “stasera tutti sono felici perché non c’è persona, a Palermo, che non ha ricevuto la grazia dalla Santuzza”, la sua risposta. “Ma tutti tutti?” – rincalzo io – “Certamente! Altrimenti lei come se lo spiega che stasera l’aria è ferma e non si respira, e nuatri invece pigghiammu ciatu?”. E come dargli torto, in italiano la traduzione di “pigghiari ciatu”, letteralmente, è “prendere fiato”, mentre in senso figurato,in Sicilia, significa avere una piccola ripresa dopo un lungo periodo di magra. E se questo non è un miracolo…

Palermo, quel giorno, ha la liceità di potersi permettere, a modo suo, di essere felice e se per felicità si intende trasgredire lievemente le regole, ben vengano le cartomanti per strada, i colori sgargianti, gli abiti della festa, il folcrore smisurato, la birra, l’odore di arrosto e i suoi fumi, i venditori senza licenza, la gente, esaltata e brilla, pronta a lanciarsi in balli sfrenati.Tutto o quasi è lecito, purché il giorno dopo si torni a quella normalità un po’ triste ma necessaria.

Il 14 luglio ho visto la gente serena, nonostante i 40 gradi e un’umidità pari al 100% circa, la gente era sudata e contenta. Nella quotidianità dei giorni comuni non avremmo fatto altro che lamentarci “du cavuru”, quel giorno no, la gente era beata e appiccicaticcia, nonchè fiera di portarsi a casa, attaccata sul corpo come un francobollo, la goliardia di quella notte. Ritengo che mai come quest’anno il tema del festino sia riuscito a rispecchiare e a descrivere questa Città in ogni sua sfaccettatura. “Palermo bambina” è tutto questo, è una città ingenua e capricciosa, sempre incline alle marachelle ma anche pronta a tornare sui suoi passi dopo un ammonimento. Palermo è ancora bambina ma ha tanta voglia di crescere, di andare avanti e progredire. Palermo è felice di accogliere quel vascello con la Santuzza (che a me è piaciuto molto perchè quasi infantile) e, nello stesso tempo, di aprire i suoi porti all’accoglienza, Palermo bambina, come tutti i bambini, sa essere rude ma anche tanto tenera.

Palermo continua ad affidare le sue preghiere ad una donna “ribelle”, sotto un cielo che quella sera aveva un colore che non si può spiegare. Il cielo di Palermo aveva i colori del roseo viso di una bambina, forse è un po’ timida, forse emozionata nel vedere, per una volta, tanta spensieratezza.

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