Da Pino

di Carmelo Modica

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Di cuore, di seno e anche di altre cose Ramona era generosa. Florida nelle carni – che faceva arieggiare sventolando la gonna di acrilico – rosea e smaliziata davanti, bianca e innocente di dietro.

Stava su una sedia traballante di una gamba che si scollava sempre dal telaio vuoi anche per la terra arida e piena di avvallamenti su cui poggiava. All’ombra di un pino marittimo, il primo di un lungo filare che apriva un sentiero caldo e umido che si svolgeva lungo un tratto del parco della Favorita, Ramona aspettava il prossimo cliente mentre era intenta a scrostarsi le dita delle ultime tracce di smalto rosso che le scheggiavano le unghie. Bene che andasse stava in posizioni decubitali nelle auto ma era cosa che durava poco e non capiva mai perché tutti avessero fretta oppure stava in piedi a lanciare sassolini col piede o a sfilacciare arbusti di saracchio.

“Da pino” non era un bar o un’osteria, neppure una ferramenta.

Quando Ramona diceva Vado da pino, intendeva dire a lavorare sotto quel pino frondoso – generoso per l’ombra in cui la accoglieva e rassicurante per il ciuciuliare dei rami quando il vento lo squietava.

“Dove lavori?”

“Da pino”, rispondeva. E non faceva una piega.

Veniva da Catania, Ramona. Aveva lasciato la Cìvita quando a 14 anni Alfio – scontata la pena a Piazza Lanza – le aveva promesso una vita di godimenti a Palermo. Non erano proprio quelli i godimenti che intendeva Ramona ma ormai non poteva più farci niente e poi da quando Alfio se ne fuì con la sua collega, ‘a russa – se perché venisse da un paesino vicino Archangel’sk o perchè avesse i capelli rosso tiziano con boccoli ardimentosi non ci è dovuto saperlo – Ramona si sentì libera due volte. La prima dalle smanie tentacolari di Alfio che non la facevano più respirare, la seconda dalla collega i cui clienti abituali avevano ripiegato sul suo biondo platino che, più sotto, era fitto e scuro come i recessi meno battuti della Real Tenuta.

Arrivò di nuovo Lele, lo stuzzicadenti in bocca e Gianni Vezzosi a manetta.

“A quantu semu?”

Ramona sbuffò continuando a sventolarsi:

“A picca  si sta asciucannu”.

“ E tu nun ti sciusciari” – Lele sgommò di nuovo lasciandosi dietro una nuvola di polvere, rossa come la ruggine e secca come il parpaglione di Ramona.

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***

Ramona non si chiamava Ramona. Ma Romi, come quella della principessa Sissi, ma ogni tanto, anzi quasi sempre, tutti la chiamavano Romina perché Romi proprio non si poteva sentire.

Romina, a casa, stava con un prendisole a fiori e le tappine della dottò sciol perché dopo una giornata intera da pino i suoi piedi reclamavano vendetta. Diede una spruzzatina di mangime al pesciolino rosso. Poi  riprese i suoi appunti, veloce a scrivere quanto la Clerici a silurare raffiche di ingredienti.

Di sera quando ormai finiva da pino si guardava le trasmissioni di cucina perché un giorno voleva aprire un ristorante. Per fortuna che su internet poteva seguire le repliche. Stoppò un attimo, tornò indietro col mouse, riprese la penna e riscrisse le parti in bianco che aveva lasciato sul foglio smadonnando contro la Clerici, un’avutra sempri di prescia.

4 Commenti
  1. Gina dice

    Mi piacciono queste rapide pennellate sui personaggi, ma dietro ogni pennellata si apre un mondo, è un invito ghiotto per il lettore curioso come me, che vola con la fantasia a immaginare la vita che c’è oltre quelle rapide pennellate. Incuriosisci e non stanchi, bravo Meme! Soprattutto narri tutto senza giudizio (il mestiere di Ramona, il mestiere del pappone), e all’orizzonte la speranza del riscatto vita diversa. Grande, pare un libro di 200 pagine 🙂

    1. carmelo dice

      Grazie, Gina. Il tuo entusiasmo mi stimola sempre a scrivere nuove storie. Lungi da me lanciare giudizi: tutti portano dentro ombre e poesia a prescindere dal mestiere che fanno. Continua a seguire Palermoprime ! a presto. Carmelo.

  2. Rocco dice

    Bellissimo!

    1. carmelo dice

      Grazie, Rocco. Ti invito a continuare a seguire Palermoprime . A presto, Carmelo.

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