Mariangela Di Gangi: la mia sfida per lo Zen di Palermo

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Qul’è il tuo rapporto con Palermo?

Il mio rapporto con Palermo è quello di una persona che ha scelto di vivere in una Città e non ci si è trovata per caso. Con Palermo e il suo tessuto sociale ho un legame molto forte, dato dal fatto che in questa città ho potuto svolgere un impegno pubblico, io non sono una persona che riesce a vivere solo la dimensione privata della propria esistenza. 

Ci parli allora della tua vita pubblica? 

Per tanti anni ho affiancato Rita Borsellino, seguendola sin dalla sua sfida contro Cuffaro alla presidenza della regione, nell’affascinante esperienza da europarlamentare per arrivare alla sconfitta alle primarie del 2012. A causa di quella brutta batosta decisi di impegnarmi nel sociale, perché sentivo lo scollamento tra la politica dei dibattiti in salotto e la vita reale delle persone. In particolare ho scelto quello che veniva considerato il quartiere più difficile della Città, lo ZEN. Avevo proprio bisogno di stare a contatto con i bisogni delle persone normali, che sono anni luce lontani dalla politica nei palazzi. Io credo che in questo momento storico, più che mai, sono proprio i presidi territoriali a potere determinare il cambiamento necessario per costruire una società equa. Non ti nego che, soprattutto all’inizio, molta della diffidenza nei miei confronti è dipesa dal fatto che venivo vista come la solita politica che viene qui per cercare voti.

Beh, direi che il tuo straordinario lavoro di questi anni ha fugato ogni scetticismoTra te e lo zen si è creato un legame speciale, ci parli del tuo lavoro lì? 

 Lo ZEN è sempre stato raccontato come un quartiere irredimibile, un luogo in cui muore tutto, in cui moriva la legalità, moriva la democrazia, moriva la speranza. Io mi sono spogliata da ogni pregiudizio che mi era stato raccontato ed ho cominciato a lavorare a partire dalla rivendicazione dei diritti dell’infanzia, perché penso che la cifra per una società sana sia data dal rapporto che instaura con i suoi bambini e le sue bambine. A partire dall’infanzia, quindi, ma cercando di incrociare le dinamiche di una comunità complessa, come quella dello zen. Oggi io arrivo nel quartiere e mi sento a casa. Ecco, la sfida che abbiamo lanciato con il “Laboratorio ZEN Insieme” è quella di creare un quartiere dove ogni palermitano che ci entra possa sentirsi a casa e dove ogni persona che ci vive possa sentirsi pienamente palermitano. Per lo ZEN stiamo provando ad attivare tutti quei servizi di prossimità che per il quartiere sono sempre stati un miraggio. Un’impresa enorme la nostra, se si pensa che sembrerebbe perfino complicato creare il senso di comunità, dato che in quel quartiere non esistono ancora spazi condivisi e destinati alla socialità. Esiste da due anni solo un campetto e da pochi giorni il giardino che abbiamo creato noi grazie a Manifesta.

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Portare Manifesta 12 allo Zen è stata una grande scommessa, la possiamo considerare vinta?

È bello essere riusciti a portare una parte della Palermo Capitale della Cultura e della discussissima Manifesta in quel quartiere così lontano dai salotti, dalle performance e dai vernissage del centro città. All’inizio ci accusavano di volere spettacolarizzare il degrado, ma io mi chiedo, dello ZEN a parte il degrado cosa si conosce? La nostra sfida è far passare una narrazione nuova e ci siamo detti che questa bella storia e questo giardino hanno un senso solo se diventano un pezzettino di un percorso più ampio, che passa per tante altre battaglie, tutte ancora in essere, come il recupero e la cura degli altri spazi o il superamento di tutte le forme di marginalità, il contrasto alle povertà e la regolarizzazione delle posizioni abitative, posteggiate da decenni e per cui nessuno si indigna più da troppo tempo. Tutte cose che non rimandiamo a data da destinarsi, ma che percorriamo contemporaneamente. L’invito all’opera, pratica che ispira gli amici di Coloco (a cui è stata affidata l’opera da Manifesta), anche nella realizzazione di questo progetto, non è soltanto da rivolgere agli abitanti del quartiere e non è da utilizzarsi solo per il giardino. È, in senso più ampio, un invito quantomeno da rivolgere all’intera città. Perché, diciamocelo, “lo Zen è Palermo e Palermo è lo Zen” sono delle parole bellissime. Ma più spesso accade che “lo Zen è troppo lontano”. E invece io penso che da qui deve partire una vera e propria rigenerazione urbana accorciando la distanza tra il cittadino e le istituzioni attraverso reali meccanismi partecipativi. 

Palermo è una metropoli che vive in due dimensioni nettamente separate tra loro. La periferia e la Città. Tu pensi che il modello ZEN che avete creato possa funzionare nelle altre periferie?

Ogni territorio ha le proprie specificità ed ogni realtà è diversa dalle altre, io non penso che si possano rifare pedissequamente le stesse cose, ma penso che si possa importare lo stesso metodo, questo si. Un metodo che non imponga scelte calate dall’alto nei territori, perché abbiamo visto tante volte che non funzionano, ma piuttosto mettersi all’ascolto di quelle comunità ed insieme realizzare progetti per il miglioramento delle periferie. Il meccanismo che ha piegato tutte le periferie della città è stato l’assistenzialismo calato dall’alto. Palermo è una città che soffre di assistenzialismo. Nelle periferie c’è una sorta di rassegnazione per cui deve essere sempre qualcun altro a risolvere i tuoi problemi, invece le periferie si possono riscattare solo se si valorizza e si sostiene il lavoro delle parrocchie, delle associazioni e di tutti coloro che giornalmente vivono quelle realtà provando a risolverne i problemi. 

Giovane, Madonita e Donna, quanto è stato difficile per te integrarti ed avere un ruolo sociale in questa Città?

Essere la madonita che si creava spazio a Palermo è stato strano, ma devo dire che su questo io ho avuto un vantaggio, avere una madrina di eccezione, la possibilità di affiancare Rita Borsellino, che ha visto fin dall’inizio in me una risorsa da valorizzare. Questo mi ha permesso di farmi spazio in una città dove il mio accento e le mie esperienze passate sarebbero state un problema senza quella legittimazione. Il mio inserimento nel tessuto sociale cittadino invece è stato rapidissimo, io ho solo 33 anni ed ho fatto una quantità di cose che mi viene perfino difficile ricordare. Ho avuto il privilegio di attraversare le esperienze più belle che ha vissuto questa città.

L’essere Donna è ancora oggi un problema, ma lo è perché se ti siedi dal commercialista e tu sei la presidente di un’organizzazione accompagnata dal tuo contabile, se il commercialista è uomo parla rivolgendosi all’uomo che mi ha accompagnata. Per emergere hai solo un’alternativa: maschilizzarti. Sembrare furba quanto sembra furbo un uomo, sembrare cinica quanto può essere cinico un uomo, mutuare delle pratiche che non sono le nostre. Io sono una che ha imparato a scendere a compromessi con la propria femminilità, sapendo di rinunciare non solo a qualcosa di mio, ma di rinunciare ad un punto di vista diverso che invece sarebbe prezioso. 

Persino negli uomini più illuminati è complicato riconoscere la nostra componente passionale, emotiva, il nostro non saper scindere tra il rapporto umano e quello professionale, elementi che arricchirebbero le visioni e che invece sono sempre visti come accezioni negative. Quando il mondo e la politica che lo governa avranno uno sguardo più femminile allora io penso che saranno più umani.

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