L’arrimunnatore (un risveglio dei sensi)

di Carmelo Modica

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Quando era arrivato l’arrimunnatore io non ero ancora in terrazza. E quindi quell’anno non avrei per niente ricordato il momento in cui lui apriva il bagagliaio e abbrancava i suoi attrezzi. Ovviamente ero già pronta quando Teresina venne a prendermi. “Era ora” le dissi con un tono di rimprovero che, poverina, non meritava. Lei sospirò rassegnata e spinse la carrozzina avendo prima cura di alzare il bavero della cuttunina che avevo sulle gambe. In verità Teresina era venuta alle 8 quella mattina ma io avevo detto che sarei rimasta in camera a leggere un paio d’ore. Riuscii a tenere il libro fra le mani solo pochi minuti. Avevo trascorso quell’eternità combattuta tra l’incalzare frenetico di un desiderio che sembrava percorrere anche le parti spente del mio corpo e il dovere di anticiparne la fine. Avevo scostato la tenda e lui era già lì.  Mio padre si ostinava a chiamare ogni anno lo stesso arrimunnatore. Perché proprio lui? Un altro lo avrebbe fatto allo stesso modo, no? Mi sembrò che si guardasse attorno (dov’è la signorina?).

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Lui alzò lo sguardo e io richiusi prudentemente la tenda. A Teodoro, impalato lì come un corazziere, toccava l’empio compito di assisterlo qualora avesse avuto necessità di un aiuto, tipo prendere il rastrello dal magazzino o aprire l’acqua. L’arrimunnatore, però, non chiedeva mai nulla a Teodoro che finiva per stare in veranda a contare le mosche. Teodoro provò gratitudine per quell’uomo quando, finalmente, gli chiese se potesse aprire il cancello. Ebbi un sussulto al timore che volesse andarsene. Forse perché non mi aveva vista? ( Non vale la pena rimanere se non c’è lei). Aveva sollevato dal camioncino una scala di legno. Ebbi un fremito. Come facesse quel coso ad entrarci dentro non riuscivo proprio a concepirlo. Poi, sbuffando, l’accostò a una inferriata e prese a rimunnare una buganvillea. Immaginai le mie gambe come rami insolenti.

La camicia mezza aperta sul petto  gli aderiva sulla pelle. Cercai di immaginarmi che odore avesse. Potei guardarlo meglio all’ombra del nespolo ormai butterato dalla ticchiolatura contro la quale non si era preso un provvedimento. Potrei proporgli di occuparsene, pensai. Aveva ripreso qualche chiletto dall’anno passato e i muscoli avvolgevano il suo corpo  con una morbidezza che gli conferiva un aspetto meno aspro. Mi scappò un profondo sospiro. Sembrava piuttosto il rigurgito di un pianto. Per un attimo ebbi l’impressione che le mie gambe si stessero risvegliando e chissà perché me ne preoccupai. Chiamai Teresina e le dissi di portare una limonata. Appena mi ebbe udito, lui si girò verso di me e mi salutò con un sorriso e un cenno del capo. Ricambiai e distolsi lo sguardo. Lui tornò al suo lavoro e io al mio libro. Una parte di me continuava tuttavia a guardarlo; altri sensi che non fossero la vista, lo percepivano: lui abbandonò per un attimo le cesoie, si arrotolò le maniche della camicia, si tolse il berretto ed emise un soffio prepotente in barba alla caligine.

6 Commenti
  1. salvo dice

    ” Immaginai le mie gambe come rami insolenti.” Geniale!

    1. carmelo dice

      Grazie! 🙂

  2. adele dice

    Ho avuto modo di leggere altri racconti di Carmelo Modica: ma non riesco a trovare nulla in libreria. Sono riuscito a trovare solo un libro online e aspetto con ansia che arrivi. Quand’è che si sveglieranno e pubblicheranno questo autore? Cinque minuti di lettura! Cinque minuti intensi.

    1. carmelo dice

      Ciao Adele. Mi onora sapere che mi segui. Grazie per il tuo supporto. A presto!

  3. Rocco dice

    “Come facesse quel coso ad entrarci dentro non riuscivo proprio a concepirlo.”
    un velato erotismo in un racconto intenso e delicato. Che bravura!

    1. carmelo dice

      🙂
      Grazie!
      Carmelo

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