Guida, pensiero, bellezza. Isole

di Simone Di Trapani

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Questa non può essere davvero una strada è ridotta troppo male. Dossi, buche, cedimenti, serie innumerevoli di curve ed io non riesco a pensare. Alla guida il pensiero diventa, finalmente, l’attività principale dell’essere umano, ma in Sicilia sono troppo difficili le strade. Da noi viene complicato persino pensare.

Ancora quattro curve, poi sarà finalmente strada statale ed io potrò perdermi nel pensiero. Partirò da quei luoghi minuscoli che amo tanto, se sono circondati dal mare, ancora meglio.  Fin da bambino ho amato le cose piccole, tutto quello che è piccolo lo abiterei volentieri. Ad esempio l’isola di lampione. Lampione povero scoglio, nessuno ci ha potuto costruire nulla al di là di un faro, sei uno scoglio un po’ troppo cresciuto oppure un lembo di terra troppo piccolo per essere colonizzato, edificato, sfruttato fino all’inverosimile. Con Lampione il creatore è stato malevolo, sarebbe bastato qualche chilometro quadrato in più di materia e la storia lo avrebbe ricordato. Chissà quanti amanti si sarebbero scambiati promesse in riva alle sue acque. Magari un giorno mi comprerò lampione, oppure lascio tutto e chiedo di fare il guardiano di quel faro. Ma esisteranno ancora i guardiani dei fari? Non credo ormai tutto è automatizzato.

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La strada che collega Porto Empedocle ad Agrigento a quest’ora è incantevole. È sera, la luna, tutta la sua lucentezza, sopperisce alla scarsa illuminazione stradale. I templi, memorie secolari, sono ritti sul colle di fronte Porto Empedocle, l’illuminazione giallastra lì fa splendere più di brillanti in tutta la loro maestosa e millenaria magnificenza. Il buio nasconde gli orrori dell’edilizia moderna per mostrarci il giallore del tempo. Mi sento ebbro e posso descrivere così il mio attuale stato d’animo, credo che la felicità sia l’oblio dalla bruttezza, si la felicità è l’estasi del bello.

Quando guido penso sempre, ma guardando lo splendore dei greci, è ancora più facile ricollegare ogni cosa bella lasciata alla mia terra e alle cose belle che saranno lasciate.  Oggi non voglio arrivare a Palermo.

Noi che guidiamo in Città, quasi meccanicamente, senza assaporare la lentezza dei movimenti, la magia della coordinazione dei nostri arti. Il nostro piede sinistro sta pronto a schiacciare la frizione, mentre il destro si dimena tra acceleratore e freno solleticandoli con garbo e grazia, la mano destra è pronta sul cambio e la sinistra controlla con millimetrica precisione la direzione della vettura, lo sguardo ovunque, ma senza guardare niente, così bisogna sforzarsi per guardare alla sinistra il tempio della concordia, oggi fa ombra alla mia auto come millenni fa ad un’auriga e questa cosa è bellissima.

La macchina sembra scivolare sull’asfalto e addio bellezza greca. Avrò visto decine di volte quei templi, a quasi tutte le ore del giorno, eppure ogni volta mi sembra profondamente differente dalla precedente, forse un odore in più o in meno, oppure una luce diversa, o una voce, o un rumore assordante, oppure il silenzio.

Quanti di noi abitanti di Città d’arte, passiamo e ripassiamo di fronte la bellezza, la sfioriamo con il nostro frenetico incedere e quasi non ci accorgiamo della sua esistenza; rapiti dalla velocità. Ma corriamo per rendere la vita più breve? Vogliamo morire il prima possibile? Niente di tutto ciò, penso che l’uomo in fuga sia il più gran sollazzo che Dio abbia donato ai gatti. Immagina i loro pensieri, guardando, sonnecchianti al sole, quegli strani bipedi che zampettano come dannati. Il gatto innanzi tutto direbbe: <<se hai quattro zampe perché ne usi solamente due? imbecille>>, e poi <<ma da chi scappano? Non hanno predatori alle spalle, o prede in fuga dinnanzi, ma come fanno a dominare il creato?>>. Ma noi uomini impariamo a correre fin da bambini. Proprio mentre sognavo un mostro spaziale che attaccava la terra, ecco l’urlo disumano di mia madre in vestaglia, con i capelli arruffati e le ciabatte di feltro <<Svegliati è tardi, a scuola non ti aspettano>> ed io non volevo, proprio sul più bello. Volevo vedere se Daitan III avrebbe salvato all’ultimo secondo il pianeta. Invece scuola, acqua fredda, colazione consumata in fretta tra le urla. Fin da bambino ho imparato che non c’è tempo per sognare.

Per fortuna esiste la guida, così tornano i sogni neanche il tempo di gustarli ed entro in Città.

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