Francesco Forgione. Dal Messico a Gibellina il suo impegno antimafia

di Simone Di Trapani

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Calabrese di Nascita palermitano di adozione, sei arrivato a Palermo nei primi anni ’90 e nei hai vissuto da protagonista la rinascita, dove pensi possa arrivare Palermo?

 Ormai palermitano per scelta. Sono arrivato per ragioni politiche, quando Rifondazione Comunista decise di mandarmi in Sicilia come segretario regionale e come responsabile nazionale della lotta alla mafia. Palermo è cambiata. Dopo le stragi e in questi venti anni di grandi trasformazioni, sia dal unto di vista amministrativo, che culturale. Oggi è una Città che vive, quando sono arrivato io era una Città che reagiva alla morte. Alla morte sociale, alla morte nei quartieri, nelle strade, alle stragi. Palermo aveva bisogno di ricostruire e ritrovare il senso di sé.

Oggi Palermo ha la sua identità, devo dire anche grazie al lavoro di una figura importantissima (che noi tante volte abbiamo criticato da sinistra) come Leoluca Orlando, che ne fa una delle capitali culturali del mondo, checché se ne dica.

Quindi il mio rapporto con Palermo è un rapporto di amore, forte. Io vivo tra Palermo, Roma e ora anche il Messico, però ho bisogno sempre di ritornare a Palermo, più che in Calabria, dove pure ci sono le radici forti della nascita e della mamma che è ancora lì. Il ritorno a Palermo è un’esigenza di luce, di odori, di sensazioni, di tempo… di rapporto con il tempo, che è diverso da qualunque altra città.

Da Direttore che ha risanato i conti della fondazione Federico II, portandola addirittura in attivo, pensi che in Sicilia si possa costruire un’economia solida attraverso la cultura e il turismo?

Si può e si deve fare impresa culturale. La cultura per una terra come la Sicilia è il volano fondamentale, non solo per un’idea di sviluppo, ma fuori da ogni retorica penso proprio che la cultura possa dare alla Sicilia un’idea di ricostruzione, di senso, di valorizzazione delle risorse, di collocazione geoculturale nel mondo e la fondazione Federico II ne è la prova. Io per formazione culturale difendo il pubblico, ma da direttore della fondazione ho utilizzato una gestione privatistica con l’idea di tenerla sul mercato e di non ricevere fondi pubblici, noi nel mio quinquennio non abbiamo ricevuto un euro né dall’ars né dal governo regionale e nonostante ciò l’abbiamo risanata e messa a valore.

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Quella è un’istituzione pubblica, e quando si dice pubblico in Sicilia si pensa subito al clientelismo, al degrado nella gestione e spesso alla corruzione e allo scambio con la mafia. Del resto la Federico II ha avuto uno dei suoi direttori che sconta ancora una pena carceraria. Poi per uno scherzo della storia io ero il capogruppo dell’unico partito che votò contro la creazione della Fondazione all’assemblea regionale e dopo tanti anni mi sono ritrovato ad esserne Direttore. Ho accettato per risanare un’istituzione pubblica dandogli un ruolo e posso dire di esserci riuscito. Noi abbiamo risanato un milione di euro di debiti lasciandola con un attivo in conto corrente di seicentomila euro, ma soprattutto abbiamo prodotto grandi iniziative culturali di respiro internazionale. Riuscendo a portare la fondazione fuori da Palermo: gli itinerari culturali attraverso la Sicilia sulle rotte di Carlo V e di Federico II, valorizzando l’architettura arabo-normanna, il barocco siculo-aragonese, con convegni e iniziative che andavano da Siracusa a Mazzara del vallo, insomma la fondazione Federico II è diventata un’istituzione culturale, mentre prima era un carrozzone clientelare.

Il tuo impegno antimafia non è mai cessato e spazia dal prestigioso incarico ONU in Messico fino all’impegno culturale attraverso lo spettacolo teatrale Malandrine in scena il 19 luglio alle Orestiadi. Ci racconti queste due straordinarie esperienze?

Il Messico è un’avventura bella, avere avuto cattedra di alta formazione per la giustizia è una grande responsabilità, ma anche una bella sfida. Una cattedra voluta dall’istituto messicano per la giustizia e dall’agenzia ONU per la lotta crimine e al narcotraffico. Ed è importante perché oggi il Messico è la frontiera più avanzata del contrasto al crimine organizzato. Duecentomila morti in dieci anni, quarantamila desaparecidos e con la vittoria di Obrador si apre un processo nuovo di trasformazione sociale che riscuote un grande consenso. L’idea del nuovo governo è quella di lavorare con la giustizia riparativa più che con la giustizia vendicativa. Quindi piuttosto che avviare una pacificazione con i cartelli della droga, si preferirà aprire un dialogo con tutto quel mondo che in assenza di alternative vive di quell’economia. Per me poter contribuire a questo processo è molto interessante sia dal punto di vista del mio impegno antimafia, sia dal punto di vista politico e culturale.

Malandrine invece è una mia idea di raccontare la ‘ndrangheta tradotta in testo teatrale con Pietro Sparacino e Bartolo Scifo, perché la ‘ndrangheta non è stata mai raccontata. Esistono due o tre film sulla ‘ndrangheta, a fronte di duemila sulla mafia siciliana e tremila sulla camorra. Fino a qualche tempo fa c’erano persino pochissimi libri sul fenomeno (ora ce n’è una valanga), nei primi anni ’90 i libri erano quattro: due di Enzo Ciconte, uno mio, uno di Filippo Veltri e di Pantaleone Sergi.

La ‘ndrangheta è sempre stata una mafia che non si è voluta vedere oltre che più intelligente perché si è tenuta inabissata, non ha mai sfidato lo stato come ha fatto cosa nostra, si è posta sempre il problema di essere essa stessa stato. Questo l’ha resa potente e invisibile. Pensa che la prima relazione sulla ‘ndrangheta in commissione antimafia porta la mia firma ed è stata fatta nel 2008. Eppure il primo maxi processo alla ‘ndrangheta è della fine del 1800 con trecento picciotti ‘ndranghetisti processati nella piana di Gioia tauro. Per questa ragione abbiamo deciso di portare i ‘ndranghetisti in teatro facendo parlare loro: il grosso del testo sono le loro voci, i loro dialoghi, i loro interrogatori, le loro intercettazioni, per raccontare che cos’è questo mondo che oggi rappresenta una mafia tra le più potenti del mondo, diffusa in ogni continente, la più moderna ma anche la più arcaica. Quindi insieme modernità imprenditoriale, economico-finanziaria, i più grandi broker della cocaina nel mondo, ma con valori, riti, simbolismo, giuramenti arcaici. Straordinario un giuramento fatto sul lago di Como nel 2014. Sul lago di Como, non sull’Aspromonte, dove loro giurano a Mazzini, Garibaldi e La Marmora (3 massoni) per fare il rito di affiliazione ad un imprenditore che vive in Svizzera disceso all’occorrenza in Lombardia. Bisognerebbe dirlo a Salvini di occuparsi della pervasività della ‘ndrangheta in tutto il Nord Italia a trazione leghista piuttosto che di sfogare la sua violenza sulle sponde meridionali del Mediterraneo.

Ma per tornare a Malandrine di scena giorno 19 Luglio alle Orestiadi è un racconto di ‘ndranghera ironico e divertente, Pietro Sparacino, faceva le iene.

Deputato regionale per 2 legislature, presidente della commissione antimafia durante l’ultimo governo prodi, Francesco manchi dalle istituzioni dal 2008, sei uno dei pochi politici che ha saputo dire basta o non escludi un tuo rientro?

Io ho detto basta. Ma come tutti quei militanti (comunisti per quanto mi riguarda) che hanno fatto della politica una scelta di vita (cioè dare la propria vita ad un’idea di cambiamento della società) è sempre un basta relativo, che ti pone nella condizione di osservatore quotidiano, attento, indignato, appassionato, incazzato per quello che sta succedendo. Se uno mi chiede se sono tentato di tornare ad un impegno istituzionale, assolutamente no. Il mio impegno politico ormai lo dedico allo studio della mafia a livello nazionale e internazionale. Però avverto un bisogno di ricostruire una sinistra unitaria che si ponga il tema della Civiltà, perché in questo momento è a rischio. Continuare con i piccoli distinguo di piccoli apparati fatti da piccoli uomini e piccole donne vuol dire continuare nel suicidio. Oggi bisognerebbe costruire un centrosinistra largo, unendo tutti coloro che avvertono il rischio della messa in discussione della stessa convivenza civile. I germi

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razzisti stanno legittimando nel nostro paese linguaggi, culture, pratiche, forme di violenza che ci vorranno anni per essere riportati ai valori di civiltà. Quindi io credo che se da una parte c’è la grave responsabilità del PD nel non aver capito dove portavano le disuguaglianze create da una crisi nella quale il centrosinistra ha accompagnato politiche neoliberiste devastanti, dall’altro c’è anche la responsabilità di una sinistra che non ha capito che il tema dell’unità non è quello di costruire all’ultimo momento i cartelli elettorali e le alleanze, bensì di creare l’idea di unificazione di un popolo che sebbene minoritario deve essere capace di avere una visione egemonica della società. Tutto questo è venuto meno. Per cui da una parte ci sono piccoli partiti senza identità e insediamento sociale e dall’altro un grande partito senza identità anch’esso e con un insediamento sociale sempre più debole, incapace di trovare una propria risposta alla sua crisi perché fortemente penetrato da culture e apparati di destra, vedi quello che è successo gli anni scorsi in Sicilia. Se penso a tutto questo avverto tutta la difficoltà di questo cammino, però non c’è un’altra strada.  

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