Dawda è uno di quelli con la “maglietta rossa”

di Rossella Vasta

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 Il 7 Luglio prossimo sarà la giornata in cui indosseremo una “maglietta rossa”. Rosso è il colore degli indumenti di molti bambini annegati o arrivati in condizioni disperate sulle nostre coste. L’iniziativa è promossa da Don Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abel. Si tratta di un monito che, se anche non servirà a fermare “l’emorragia di umanità”, ci aiuterà a ricordare che chi arriva in Italia cerca una vita migliore, una forma di libertà, una dignità, un rifuggio. Chi viene da noi – come Dawda, il ragazzo che ho intervistato –  si aspetta umanità!

 Dawda oggi ha 17 anni ed è “un umile cittadino del Gambia”, così si definisce.

–       Dawda, raccontami un pò la tua storia

“Sono nato in una famiglia povera, ho perso mio padre quando avevo sei anni, papà era l’unica speranza per la mia famiglia. Sono rimasto con mia madre, una donna sincera e una grande lavoratrice. Mamma lavora nei campi per garantire la mia sopravvivenza e quella di mia sorella. Essendo l’unico uomo di casa, dovevo fare qualcosa per aiutarla e per salvare il suo piccolo terreno agricolo. Volevo studiare i macchinari agricoli, ma nel mio Paese non esiste alcuna possibilità”.

Dawda ha deciso di partire per cercare una vita migliore e l’opportunità di ricevere un’educazione scolastica. Ha deciso di intraprendere quella che continua a chiamare “una vera e propria missione suicida”, scuotendomi ogni volta che lo ripete.

“Io so che molti pensano che sono qui in Italia per soldi, in realtà non è così. La mia vita vale molto di più dell’oro e dell’argento. L’Italia è sempre stato il Paese dei miei sogni, tutto quello che ho fatto, che ho visto, vissuto, rischiato, aveva un solo obiettivo: raggiungere un Paese che mi dava speranza e felicità. Non sono il primo né sarò l’ultimo”.

–       Quale è stata la cosa più defficile del viaggio?

“Tutti credono che la cosa più pericolosa del “viaggio” sia la barca e quindi il tragitto in mare. Per me non è così. Ho attraversato il deserto per cinque giorni in una macchina piena di gente, tutti uno sull’altro, con una temperatura infernale di giorno e il freddo della notte”. Ricordare tutto questo per me non è facile. Stavamo tutti seduti, immobili per cinque giorni, su un piccolo pezzo di legno che fungeva da sedile, senza cibo né acqua. Se fossi caduto sarei morto, perché la macchina correva tanto e non si sarebbe fermata per riprendermi. Per cinque giorni ho respirato sabbia”.

–       Quindi il viggio nel deserto è ancora più difficile di quello in mare?

“In realtà no, ce n’è stato un altro ancora più difficile. Prima di prendere la macchina, che mi avrebbe permesso di attraversare il deserto, mia madre e io abbiamo preso un autobus, forse quello è stato un viaggio ancora più brutto perché abbiamo pianto tutto il tempo, insieme. Non è facile per una madre accettare tutto questo e per me non è stato facile abbandonarla. Ho chiesto a mia madre perché piangeva così, lei mi ha risposto che non aveva paura del viaggio (forse perché non aveva idea di cosa avrei passato), aveva solo paura di rimanere sola”.

Non è facile continuare l’intervista ma devo.

–          E dopo aver attraversato il deserto?

“Dopo sono arrivato in Libia, lì sono stato per tre mesi a lavorare per guadagnare i soldi che mi avrebbero permesso di affrontare il viaggio per l’Italia. Ho fatto qualsiasi tipo di lavoro, anche se mi pagavano poco non dicevo niente, perché il rischio era quello di perdere i soldi, nella migliore delle ipotesi, o altrimenti mi avrebbero sparato. I libici vivono di contrabbando di esseri umani, che siamo noi, un vero e proprio business. In Libia non avevo il coraggio di uscire fuori, uscivamo solo per lavorare, da un certo orario in poi non potevo più uscire”.

–          Perché Dawda?

“In Libia il 99% delle persone possiede un’arma e se vedono dei migranti fuori li uccidono o li rapiscono per metterli in vendita o per chiedere un riscatto alle famiglie. Saba è stata la nostra seconda tappa, sono stato lì per 5 giorni, dopo sono andato a Tripoli. Entrare a Tripoli non è facile, stavamo nascosti in una casa senza porte e senza tetto, la terra era molto bagnata, e il freddo era insopportabile. Avevamo solo dei tappeti mal ridotti e sporchi e a causa del freddo abbiamo dovuto coprirci con questi. Siamo rimasti in quell’abitazione, nascosti, in attesa che la polizia non ci fosse. Avevamo poco da mangiare e, anche tra compagni, non eravamo disposti a condividere il cibo l’uno con l’altro, perché non sapevamo se avremmo avuto ancora la possibilità di mangiare.  Dopo quel giorno abbiamo continuato il nostro viaggio, abbiamo continuato ad attraversare il deserto libico, cercando di sfuggire alla polizia. Durante l’ultima tappa prima di Tripoli abbiamo viaggiato dentro una macchina che trasportava carburante, c’erano troppe persone lì dentro e non c’era aria per respirare perché dovevamo viaggiare con tutte le porte chiuse. Credevo di morire”.

   Dawda si ferma e gli chiedo se vuole concludere qui. Poi continua senza rispondermi.

“Ho detto a una persona che stavo per morire, lui mi ha detto di non dire così e di avere fede in Dio. Dopo 4 ore siamo arrivati a Tripoli, lì venivamo accolti dai trafficanti a cui pagavamo il viaggio in mare. Abbiamo aspettato quella barca per due mesi … a Zabrata. Dopo due mesi è arrivata la nostra barca e siamo partiti. Ci abbiamo messo 10 ore per arrivare in Italia ed essere salvati dalle navi italiane. Sono stato costretto a spogliarmi prima di salire, non potevamo indossare vestiti pesanti o con cerniere o con inserti metallici. C’era molto freddo e tutti gridavano per la paura, ma alla fine siamo arrivati tutti sani e salvi”.

Dawda ha avuto la possibilità di frequentare il Liceo Scientifico Benedetto Croce di Palermo, e oggi lavora come cameriere. Non ha voglia di parlare della sua esperienza nella comunità in cui è stato accolto, mi dice soltanto che si è trovato in una situazione complicata e ci è voluta molta pazienza.

“A volte mi chiedo perché ho meritato tutto questo nonostante tutti i sacrifici per arrivare fino a qui. Una volta un uomo inglese ha detto che finché c’è volontà e speranza si sta ancora in vita, devo solo avere fede e aspettare il cambiamento, anche se non so quando arriverà. Gli esseri umani sono fatti così, vogliono vivere di felicità, non di miseria”.

–          Cosa ti auguri per il futuro?

“Penso che oggi ci ascoltiamo troppo poco e che più che di progresso abbiamo bisogno della semplice umanità, più che del cervello abbiamo bisogno di sentimenti, di dolcezza e di bontà. La fratellanza universale deve essere un grido e, anche ora, spero che la mia voce raggiunga tutti quei giovani rifugiati e tutte le vittime di violenza del mondo e tutti quelli che non possono essere ascoltati. C’è un detto che dice che il regno di Dio appartiene all’uomo: non un uomo, non un gruppo di uomini ma a tutti gli uomini, non importa il colore della pelle, siamo tutti uguali. Tutti noi abbiamo il potere di creare una vita felice, libera e bella, una vita che sia una splendida avventura. Usiamo questo potere e uniamoci per lottare, per un mondo nuovo e giusto, un mondo che darà la possibilità all’uomo di avere un futuro migliore e sicuro, usiamo il progresso per garantire la felicità a tutti gli uomini, in nome dell’umanità uniamoci!”

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