Dal Vangelo secondo la dieta mediterranea

di Rossella Vasta

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La dieta Mediterranea, com’è noto, è un regime alimentare i cui elementi precipui sono quelli semplici della frutta, verdura, cereali, olio di oliva, vino, pesce (prevalentemente azzurro), carni bianche, latticini e uova. Questo modello fu studiato e schematizzato, per la prima volta, da un biologo statunitense che iniziò la sua ricerca nell’Italia meridionale del secondo dopoguerra. Qui, le precarie condizioni economiche non consentivano alla popolazione rurale di nutrirsi di pasta e carne tutti giorni, costringendola a consumare pasti frugali semplici e genuini, pane e companatico soprattutto. Tuttavia ciò consentiva a questi popoli di godere di condizioni di salute migliori rispetto ad altri, come constatato dallo stesso biologo.

I Siciliani, in particolare, fedelissimi di questo regime alimentare, lo hanno adottato con religiosa abnegazione, adempiendo costantemente a rituali liturgici conviviali capaci di rafforzare il senso di appartenenza e di condivisione. Gli stessi seguono alla lettera i dettami del Ministero della Salute greco che nel 1999, proprio sulla base dello studio di Ancel Keys, ha elaborato uno schema che prevede circa 22-23 porzioni di alimenti al giorno. Anche per rispetto delle istituzioni, i siciliani si conformano pedissequamente allo schema, ovunque si trovino e tutti i giorni, anche al mare per intenderci. Proprio sulle rive del Mar Mediterraneo, il mare che ha dato il nome alla dottrina, si celebrano le più antiche cerimonie conviviali.

– ubblicità –

È una tranquilla domenica di inizio luglio, mi trovo su un meraviglioso scoglio in un angolo di paradiso denominato Kalura, nei pressi di Cefalù. In questo posto si respira un’aria altamente spirituale, non soltanto per il panorama mozzafiato, il mare cristallino, e la flora marittima che circonda la caletta.

 Il mio vicino di stuoia, alle ore 12.00, ha appena consumato il suo trentesimo calzone con prosciutto cotto, salame, mozzarella e tanta, tantissima passata di pomodoro. La carta che riveste il vassoio stracolmo, adagiato su un tavolinetto, porta il marchio di una nota catena di rosticcerie palermitana, conosciuta soprattutto da coloro che a colazione preferiscono il salato o da chi, dopo una notte mondana e prima di andare a dormire, tenta di scacciare gli esiziali spiriti dell’alcol.

Quando parlavo di spiritualità è perché ho constatato con i miei occhi che, in realtà, quello su cui è appoggiato il bottino ipercalorico non è un tavolo, bensì l’esoterica fonte delle cibarie mediterranee che pullula copiosa in un pittoresco terreno sabbioso piantato a ombrelloni. Da essa ogni singolo elemento di tutta la dieta Mediterranea è sapientemente offerto ai fedeli da una saggia sacerdotessa.

Solo una donna tra i commensali e in particolare la più anziana tra le donne presenti può, infatti, attingere dalla fonte, procedendo, con cura e secondo i desideri dei banchettanti, alla moltiplicazione dei pani (e quindi di cereali, come previsto nell’antica dieta) e delle mediterranee vettovaglie: l’olio, il sale, le acciughe, chili di pecorino grattuggiato, o a scaglie, e ancora salumi di ogni genere, il pomodoro, le olive, la frittata di patate, il gateaux di patate al ragù, la parmigiana di melanzane, la cotoletta di pollo fritta, una non ben identificata mistura di verdure sott’olio.

Questo non è il pranzo, come ci si potrebbe aspettare, bensì una propiziatoria merenda consumata dopo il lungo bagno battesimale che ha elevato lo spirito dei discepoli e li ha privati del vigore e delle energie necessarie per poter continuare il culto, sotto il sole caldo di luglio.

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Le 13.30: l’orario che sancisce l’o-razione degli anelletti al forno (pasta – e dunque cereali – pomodoro, formaggio, uova sode, melanzane fritte e una piccola parte di carne trita. Ancora elementi tipici del consacrato regime alimentare).

La sacerdotessa, con estrema dovizia, estrae il sacro fagotto del Mediterraneo dall’ultimo dei sette ombrelloni. Due teli mare e un’antica coperta in lana merinos avvolgono i divini anelli che sprigionano un inebriante aroma di incenso mediterraneo.

Appagati dall’o-razione e guidati dallo spirito dll’uovo sodo, i commensali si abbandonano a un dolce sonno, nelle posizioni più disparate. Il nonno ha la testa sul secchiello dei bambini e si assopisce direttamente sulla sabbia, la bimba dorme dentro a un salvagente, abilmente trasformato in culla, Cristian, l’altro bimbo, dorme tra le braccia della mamma. Tommaso, il papà, sonnecchia all’ombra di uno scoglio, tentando di fuggire la canicola estiva e guardando la sua canna da pesca. Solo la sacerdotessa, che è anche la nonna dei bambini, rimane vigile e attenta, a guardia della sacra fonte e la protegge, poggiandovi sopra le sue gambe.

Intorno alle 15,30 l’anziano signore apre gli occhi, si lamenta e chiede aiuto, dice di essere “aggrancatu” (rattrappito a causa della brutta posizione in cui si è addormentato), in realtà non si è accorto di avere un problema ben più grave: un’ustione del terzo grado nella zona ombelicare della pancia. La sacerdotessa presagisce una nottataccia. “T’abbruciasti Alessio, ora vuagghiu viriri comu a dormiri stanuatti!” (Alessio, ti sei ustionato! Prevedo una notte insonne) e con la saggezza, che solo le anziane donne siciliane posseggono, unge la bruciatura dell’uomo con un atavico unguento, mediterraneo rimedio naturale contro le scottature, non sempre adoperato quando il meteo annunzia il passaggio di Caronte: l’olio d’oliva.

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Intanto la diatriba dei coniugi ha destato tutta la famiglia. È l’ora della merenda mediterranea. Un pò di frutta per la mamma, il panino con la cotoletta di pollo per il marito e le “broscine” con la Nutella per i più piccoli. Cristian però le rifiuta, vuole “u paninu ca cutulietta comu a me pà” (“il panino con la cotoletta come quello del mio papà”) e protesta alle resistenze della madre. Si sa, i capricci dei nipoti suscitano sempre la tenerezza dei nonni, il loro intervento, infatti, non tarda ad arrivare. “ Tè a nonna manciati u paninu ca cutulietta, ca ri cca hann’ a spiriri tutti cuasi. Un ci rari cuntu a to ma’” (“Tieni piccolo di nonna, mangia pure il panino con la cotoletta, dobbiamo finire tutto il cibo che abbiamo portato, come dice il libro sacro. Ascolta soltanto la voce della sacerdotessa”). In effetti, la nonna ha cucinato per circa 60 persone e considerando i 108 scalini che li separano dalla macchina, mi sto ancora chiedendo come abbiano fatto, sei persone a portare giù tutta quella roba, e come avrebbero fatto a riportarsela indietro. La madre, indispettita (come se la brioche con la nutella fosse più salutare di una cotoletta fritta in mezzo a due fette di pane) rivolgendosi alla nonna con tono impettito risponde “va bene, facci fari sempri chiddu chi voi. Quannu c’addiventa a panza quantu a chidda di to maritu poi mu sa addiri” (“Oh mia sacerdotessa, la tua parola non va contraddetta”). E mentre il nonno continua a guardare la sua pancia ustionata, si è fatta già l’ora di tornare a casa.

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“Tommaso arricuagghi sta canna i pisca e amuninni, ca s’avemu a fari a pasta chi rizzi e a frittura ri ssi tri chila di pisci ca pigghiasti, quannu ma spirugghiari a menzannuatti?” (Tommaso, prendi la canna da pesca e andiamo, quasta sera dobbiamo cucinare i doni che il nostro Mar Mediterraneo ci ha donato).

 Loro vanno via ed è come se quella piccola spiaggetta si spopolasse lasciando un vuoto immenso nel mio cuore e nel mio stomaco: povera scomunicata ho mangiato soltanto un gelatino a pranzo. Cose moderne che non rispecchiano i canoni dell’antica dottrina mediterranea. Una cosa è certa: loro sono riusciti a salirli quei 108 scalini … io sono qui, a cercare le forze per alzarmi dalla mia stuoia e affrontare la scalinata. Amen.

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