8/9 Aquasanta-Monreale

di Simone Di Trapani

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Non si possono contare i chilometri che separano La Rocca dalla Città. La distanza può essere descritta a fermate di tram, come fece Gesualdo Bufalino in “diceria di un untore”, oppure a favole di Giufà. Infatti, a metà della terza favola l’8/9, partito da piazza Acquasanta, arrivava di fronte il duomo di Monreale, mio nonno smetteva di raccontare e mi prendeva la mano per andare a giocare in villa, dietro il liceo di Monreale. Durante quell’interminabile tragitto i miei occhi si abituarono alla bellezza, giorno dopo giorno, favola dopo favola, la meraviglia di quel percorso divenne la mia vista quotidiana.

Gli anni passarono, mio nonno morì, la linea di autobus che collegava il mio quartiere a Monreale fu soppressa, io mi diplomai e tornai a percorrere metà del percorso della vecchia linea dell’8/9 soltanto a venti anni. Dal mio quartiere fino alla cattedrale con l’animo pieno di rabbia perché la mafia, dopo Giovanni Falcone, ci aveva privato anche di Paolo Borsellino. Faceva caldo e mi sembrava che anche le statue dei santi attorno la cattedrale sudassero o piangessero. Per la prima volta dalle passeggiate in autobus riflettevo su quello che vedevano i miei occhi: c’era troppa bellezza attorno al feretro del giudice e alla folla arrabbiata, io invece avrei voluto uno spazio tetro per odiare meglio il mondo in un giorno così triste.

Gli anni dell’università coincisero con i miei primi anni di patente e la Ford Escort grigio metallizzata, quotidianamente rubata a mia madre per andare a “studiare” in compagnia alla biblioteca regionale.  Ogni giorno mi inventavo un parcheggio dietro la cattedrale, o in qualche traversa del Cassaro prima di salire in biblioteca. Anno dopo anno, esame dopo esame, senza mai alzare lo sguardo al di là delle teste che incrociavo per la strada. La bellezza continuava a circondarmi ed io continuavo a non farci caso, piazza marina, il cassaro, piazza pretoria, san cataldo a piazza bellini, piazza bologni, la cattedrale, palazzo dei normanni, san giovanni degli eremiti, la kalsa, i vicoli dei quattro mandamenti del centro storico, erano luoghi dove si poteva inventare un parcheggio per andare da qualche altra parte.

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Ho lasciato Palermo nel 2008, per ritrovare il profumo delle zagare e del mare in provincia. Così Palermo era diventata il mio luogo di lavoro, avanti e indietro, 60km al giorno. Cos’era cambiato se ogni giorno tornavo a lavorare in Città? Avevo dimenticato l’esistenza di un pezzo di Palermo, quello che si diparte dal politeama verso sud, la parte più bella per me non è esistita per quasi un decennio, fin quando, l’UNESCO non ha inserito il percorso arabo-normanno tra i patrimoni dell’umanità. Mi ero perso qualcosa, allora ho rifatto, in parte in auto in parte a piedi il percorso dell’8/9 dall’acquasanta fino al duomo di Monreale.

Dopo dieci anni ho ritrovato Palermo, la mia Città bellissima, l’ho riabbracciata riguardando quel percorso come dal finestrino di vecchio un bus giallo e con i testa Giufà che trasporta sulla spalla una porta.

La bellezza dopo 50 anni ha vinto la sua battaglia contro i suoi stupratori, contro Lima e Ciancimino. Oggi è un luogo in cui ti vien voglia di alzar la testa e guardare ammirato un merletto arabo, finalmente torna degna di essere donata al mondo. Mi è venuta voglia di tornarci a vivere, di affacciarmi nuovamente sul porticciolo dell’acquasanta e respirare a pieni polmoni l’aria piena di mare, gelsomini e zagare, chissà se l’UNESCO potrà restituirmi anche quella sensazione.

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