La Sicilia nei miei occhi

di Emna Nefzi

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A soli trentacinque minuti di aereo da Palermo si trova la mia bellissima città, Tunisi.

Due anni fa andavo spesso in un bar dal nome Caffé Des Délices, un posto particolare a Sidi Bousaid e da lì guardavo il mare e al di là del mare: cercavo con lo sguardo di oltrepassare la linea di confine che separa due terre meravigliose: la Tunisia e la Sicilia. Ho avuto sempre come obiettivo quello di scoprire realtà diverse, nuove culture che potessero arricchire il mio bagaglio culturale. Vari popoli, tradizioni, personalità che magari potessero cambiare il mio percorso di vita. Ho sempre desiderato volare lontano ma la lontananza, spesso, mima incredibilmente la vicinanza. Sono felice della mia scelta, sono felice di essere a Palermo.

Prima di arrivare in questa splendida terra, la Sicilia, mi aspettavo di provare una grande emozione dovuta alla diversità dei due mondi, alla lontananza su tutti i livelli: la natura, l’atmosfera, l’ambiente, le strutture architettoniche, le vie, i quartieri, la gente, ecc. Tuttavia non ho trovato una realtà totalmente diversa. La sorpresa di riscontrare forti somiglianze – punti in comune, ritmo di vita, odori, sapori, colori, folklore e perfino il carattere della gente – è stata un’emozione ancora più intensa, perché mi ha dimostrato che sebbene si cerchi di esaltare le differenze e di alzare muri tra i popoli,  l’incessante dialogo e le forti somiglianze tra le civiltà non si possono cancellare.

Sono rimasta incantata alla vista della Palermo araba, da una storia di oltre tredici secoli fa, che ancora sento presente: la storia della co-abitazione siculo-araba che chiamerei siculo-tunisina. Passeggiando tra i vicoli del centro storico, mi sembra come se stessi percorrendo i vicoli del centro di Tunisi, della Medina. Ritrovo le stesse costruzioni, le pareti delle case, il pavimento delle strade, gli impianti urbanistici, i tratti tipici dei quartieri, i negozi di artigianato, la lingua parlata dal popolo e tante altre cose.

Degli alti bastioni che circondavano la città antica sono rimaste le porte, alcune porte… c’è una somiglianza incredibile anche nei loro nomi: Porta del Mare equivalente a Bāb b|ar di Tunisi; Porta Nuova, Bāb Jdīd; Porta Felice, Bāb Sa‘dūn.

Anche i mercati sono identici a quelli tunisini, sono costruiti sul modello dei suq arabi: il mercato di Ballarò, che nell’epoca medievale era il mercato delle carni pregiate, del pesce e delle spezie trasportate dalle carovane; quello della Vucciria, il Capo e i Lattarini. Perfino “Lattarini” è un termine arabo italianizzato e il suo significato è “i profumieri”.

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Certi luoghi siciliani hanno mantenuto i loro nominativi arabi, come Addaura che significa “la svolta”, per la grande curva che il fianco costiero di Monte Pellegrino compie in quel punto; Alcamo, che deriva dal nome del condottiero musulmano che fondò la cittadina nell’ ‘828 e che si chiama al-Qāmūq; Bagheria, in arabo ba|ryya che significa “marina”; Caltanissetta proviene dall’arabo qal‘at an-nisā’ che significa “rocca” o “castello delle donne”; Giarre il cui nome di origine araba è Þarra che significa contenitore di terracotta; la Kalsa, dall’arabo al-Ḫāli¡a la “parte pura”, che fu anticamente la cittadella fortificata dove avevano sede l’Emiro e i suoi ministri; Marsala, che è la combinazione di due parole marsà Allāh che significa porto di Dio; Mazara del Vallo, che deriva dal termine arabo mazār al-wālī, vale a dire “il mausoleo del santo”. Mazara, con i musulmani d’ Ifriqiya (attualmente la Tunisia) fu il più grosso centro giuridico della Sicilia nonché importante punto commerciale, artistico e letterario. Infine, Sciacca il cui nome deriva dal termine arabo aš-šaq che vuol dire “spazio separante”.

La storia della convivenza siculo-araba è rimasta presente anche nella lingua e nel dialetto parlato dai siciliani. Cito, ad esempio, il termine “baláta” da balā¥ (pietra o balaustra); “dammusu”, da dāmūs (caverna o cavità); “favara” da fawwāra (sorgente d’acqua); “giuggiulena” da ÞulÞulān (seme di sesamo); “giurana”, da Þrāna un termine dialettale tunisino (rana); “maìdda” da mā’ida (tavola), “mischinu” da meskīn (poverino); “sciàbaca”, da šabaka (rete da pesca); “talìa”, da i¥¥ali‘ (osserva); “zagara”, da zahra (fiore); “zibbibbu”, da zabīb (uva passa), e… la lista è ancora lunga.

Ogni nuovo posto che scopro girando la Sicilia, mi ricorda Tunisi, la mia patria, questo alleggerisce la pesantezza della solitudine, dello stare lontano dalla mamma, dalla famiglia. Ogni luogo simile a quelli da cui provengo, ma anche quelli diversi, mi fa da accompagnatore, da angelo custode, mi crea una nuova concezione dello spazio, mi apre nuovi orizzonti, mi feconda lo spirito e mi fa capire che ogni luogo è bello com’è: da scoprire, da vivere anche per un momento, senza limiti per nessuno.  

La Sicilia è stata sempre una terra di incontri, un luogo multiculturale di co-abitazione e di convivenza, è stata sempre una frontiera e non un confine, una terra ricca di differenze, una terra che vuole essere capita per la sua natura geografica e storica, una terra che non conosce discriminazione, razzismo, pregiudizi e di conseguenza ignoranza, una terra innocente, che ha fortemente mantenuto il cordone ombelicale con l’altra sponda del Mediterraneo e continua a mantenerlo nonostante tutto.


Emna Nefzi

Nata a Tunisi il 29 novembre 1990. Dottoranda in Studi letterari, filologico-linguistici e storico filosofici presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il Master Professionale in Traduzione presso l’Università di Tunisi “El-Manar”, Laurea Magistrale in Teorie della Comunicazione e diploma in Global Management presso Unipa. È traduttrice giurata, insegnante di lingua e cultura araba dell’ “Institut Bourguiba des Langues Vivantes” di Tunisi, e cultrice di lingua araba presso Unipa.
2 Commenti
  1. Giuseppe Cinquerrui dice

    Meraviglioso articolo!

  2. Johannes dice

    Un articolo molto buono!

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