El Taco deDios

di Simone Di Trapani

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Quante volte ho sognato di essere seduto in un bar in una delle vie che cingono il porto di Marsiglia a bere Pastis. Mi giro e vedo seduto ad un tavolo dello stesso bar il dottor Sòcrates. Starei ore a guardarlo bere e fumare in religioso silenzio, quell’uomo così alto la cui grazia in campo non dimenticherò mai.

Era il 5 Luglio del 1982, faceva caldo. Ricordo mio Nonno Simone in bermuda e canottiera bianca guardarmi con tenerezza e dirmi: “abbiamo battuto l’Argentina, se battiamo anche il Brasile diventeremo certamente campioni del mondo. Avevo la tua età quando l’Italia vinse il primo mondiale”. Ed io cominciai a saltare gridando “Italia! Italia!” mentre in Tv suonava l’inno. Dopo appena cinque minuti siamo già in vantaggio e io ero felice per il nonno. Poi al dodicesimo minuto capii che avrei amato quel gioco per il resto della mia vita: Zico ha due avversari addosso, riesce a servire sulla corsa Sòcrates che con appena due passi si libera di due difensori,  si defila a destra, Zoff si aspetta un calcio forte sul secondo palo, invece il dottore accarezza la palla infilandola tra il primo palo e il portiere. Ecco quello che ha sempre distinto Socrates da tutti gli altri calciatori della storia la capacità di prevedere in una frazione di secondo l’intera geometria di un’azione.

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Ho amato il calcio grazie alla sua eleganza nel 1982, ma lui non amava per nulla il suo mestiere, forse proprio perché era un mestiere fatto di regole ed impegno, concetti antitetici al suo modo di essere. Socrates ha usato il calcio per vivere, ma soprattutto per contribuire a cambiare il Brasile. La sua vita,  a sei anni dalla morte, può essere descritta come un tango malinconico, sensuale ed appassionato. Tutto è romantico nella sua storia: dalla squadra, il Corinthians, la più amata e sfortunata del Brasile, allo straordinario esperimento della Democrazia Corinthiana, che ha significato anche l’inizio della fine della dittatura brasiliana.

E triste é stata la sua permanenza in Italia, un luogo troppo diverso dal suo Brasile, un campionato troppo impegnativo per il Dottore. Lui giocava al calcio da genio, disegnando egli stesso schemi e azioni nel momento in cui decideva di accendere la luce, come quando contro il Santos fece il suo gol di tacco più famoso: manca poco alla fine, e il Magrão se ne va palla al piede, con un difensore appiccicato alle costole, appena entra in area il portiere esce ma lui lo scavalca con un tocco sotto. La palla finisce sul palo e gli ritorna tra i piedi. I difensori provano a intervenire, ma lui gliela nasconde con la suola e di tacco la butta dentro. L’istinto di qualsiasi altro calciatore avrebbe impedito quello che invece aveva realizzato il numero 8 del Corinthians.

Quanta magia in quel rapporto d’amore tra il dottore e la sua squadra. Una magia durata tutta la vita, durante la morte ed oltre la morte. Una volta disse: “Vorrei morire di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vince il titolo” e così hai fatto, Dottore, ti sei spento domenica 5 dicembre 2011 poco prima che il Timao vincesse lo scudetto Brasiliano. Ed anche quest’anno il ricordo della tua morte coincide con la vittoria dello scudetto della squadra più bella del Brasile.

Come si può osare parlarti mentre bevi e fumi ad un tavolo di un bar vicino al porto di Marsiglia, si resta incantati a guardare quest’uomo altissimo, con barba e capelli bianchi e lo si immagina danzare con la suola sul pallone, o ritto in mezzo al campo a pugno chiudo quasi a cercare tra gli spettatori Lula, o ancora disegnare uno dei tanti assist impossibili per il suo amico Walter Casagrande.

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